I giovani siriani “ripartono” dalla Turchia

Con i suoi tre milioni di siriani, la Turchia e’ il paese che ospita piu’ rifugiati di qualunque altro, dopo lo scoppio della guerra nel paese del Medio Oriente e, data la vicinanza geografica, la Turchia rappresenta per molti la prima tappa verso l’Europa.

Di questi tre milioni di rifugiati, due se ne contano nella sola Istanbul. Due milioni di siriani che, arrivati in massa circa sei anni fa, hanno dovuto ricostruirsi un presente per sperare in un futuro migliore.

Nel nostro immaginario, pensiamo ai profughi siriani ammassati in campi profughi, giunti in Turchia dopo un estenuante e pericoloso viaggio a piedi. Questa sicuramente e’ una realta’, ma non la sola.

C’e’ Baha, che quando parla conserva negli occhi il dolce ricordo della sua bella Damasco, che e’ arrivato ad Istanbul in aereo. Ha lasciato la Siria per sfuggire alla leva obbligatoria, che avrebbe comportato morte certa. Come Baha sono tantissimı i siriani che portano con se’ le proprie conoscenze e competenze.

La maggior parte di loro, ad Istanbul, si stabilisce nel quartiere di Aksaray, una “little Syria” in cui l’arabo ha sostituito il turco come prima lingua. Il governo turco da’ ai rifugiati la possibilita’ di lavorare e di aprire attivita’ commerciali, senza pagare tasse per i primi due anni. Ottenere la cittadinanza, per loro, non e’ complesso: bastano un paio d’anni. E cosi’ Aksaray ora pullula di ristoranti siriani, aperti a partire da cinque anni fa, quando il numero di rifugiati in Turchia e’ aumentato a dismisura. E’ qui che i rifugiati diventano una vera risorsa per il Paese, contribuendo alla sua crescita economica e soprattutto assorbendo forza lavoro (ogni impresa impiega almeno nove rifugiati, tutti sirianı, fuggiti dalle macerie o dalla minaccia della leva militare).

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Muhammed in Syria faceva l’avvocato. Ora ad İstanbul lavora per Seniora Desserts, una catena dı pasticcerie che serve specialita’ siriane. Come lui, sono tantissimi i ragazzi che lavorano nei ristoranti di Millet Street ad Aksaray. Catene come Tarbus o il fast food Anas Chicken non servono solo cibo. İl contributo piu’ grande che offrono e’ quello di dispensare speranza, di squarciare la coltre di morte e disperazione che avvolge la Siria. Ottimismo per gli impiegati, che da qui ripartono per ricostruirsi un avvenire, e per tutti gli avventori, che almeno per il tempo di un pasto possono sentirsi come a casa.

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Se i media rappresentano un’immagine spesso stereotipata della crisi dei rifugiati, Millet Street, con i suoi ristoranti, la sua voglia di ricominciare e lasciare la guerra alle spalle, rompe questo pregiudizio. E lo fa partendo dall’arte culinaria siriana.

Scritto da Nello Cozza

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